MICHAEL SCHENKER FEST – La passione a sei corde

 

MICHAEL SCHENKER FEST: INTERVISTA A MICHAEL SCHENKER

Michael Schenker ci ha preso gusto ed è tornato con una nuova festa musicale, un gruppo di prodigiosi cantanti confermati per la seconda Rivelazione, ed uno stato di forma fisica e mentale assolutamente invidiabili. La passione e la voglia di fare musica sono tornati prepotenti nel chitarrista tedesco, che non vede l’ora di condividere con noi aneddoti e curiosità riguardanti il suo recentissimo nuovo “figlio musicale”.

Ciao Michael, è passato poco più da un anno da “Resurrection”, primo album del tuo “Fest” e ci ritroviamo con un nuovo seguito già pronto e ricco di energia e positività. A cosa si deve questa tua urgenza compositiva che ti spinge a pubblicare dischi “come una volta”, subito dopo un tour e senza staccare la spina?
MICHAEL: Esatto, sono tornato alle radici della musica e del modo di farla e produrla, come negli anni settanta, con rinnovato entusiasmo e passione!

Leggendo i titoli di entrambi i dischi e guardando soprattutto la copertina di Revelation, si percepisce che c’è qualcosa di estremamente profondo e personale in questi dischi, che per te devono rappresentare molto. A cosa si devono questo “flavour” quasi biblico nei titoli ed una copertina molto pittorica e quasi “rinascimentale”, dove tu sei addirittura legato alla tua chitarra, in una posa da sofferente martire?
MICHAEL: Per “Resurrection” abbiamo pensato appunto al concetto di “festa”, e quindi ad una tavola imbandita con cibo ed ottima birra, qualcosa che rappresentasse il concetto di celebrazione allegra e festosa. Poi però, scrivendo le canzoni sono arrivati molti elementi quasi “religiosi” e vicini al concetto dell’Ultima Cena, oppure a songs come “Take Me To The Church”. Non lo so, non è stata una cosa premeditata, ma abbiamo deciso di seguire l’istinto e cavalcare quelle particolari emozioni. E così anche per la copertina del nuovo disco.

Ci sembra di capire che Michael Voss sia diventato per te un vero “patner in crime” musicale. Cosa ha portato nel tuo modo di comporre ed incidere i tuoi dischi?
MICHAEL: Allora, parte tutto dal 2008, anno in cui è uscito il decimo album del Michael Schenker Group, “In The Midst of Beauty”, con il ritorno di Gary Barden alla voce. Michael Voss fu coinvolto nella produzione del disco, anche se in modo marginale, ma questo mi diede modo di conoscerlo meglio e di capire da alcuni “segnali” che era una persona adatta a lavorare con me, anche se è accaduto qualche anno dopo. Michael è infatti uno dei più grandi fan della mia musica e di quel particolare periodo storico degli anni ottanta, in cui ho avuto il mio momento di gloria maggiore, e quindi sa alla perfezione cosa fare per rendere il tutto così speciale. E’ inoltre un fantastico musicista ed ha un orecchio notevolissimo, e tiene veramente a questo progetto, quindi so di essere in ottime mani e di potermi fidare al cento per cento del suo intuito e delle sue scelte. Lavora sempre duramente e capisce immediatamente dove voglio arrivare con una mia idea quando comincio a metterla “sul tavolo”. Non dobbiamo usare troppe parole per capirci, e questa sensazione è bellissima.

Anche in “Revelation” ospiti quattro grandi cantanti che appartengono al tuo passato musicale, come Gary Barden, Graham Bonnet, Robin McAuley e Doogie White, con cui evidentemente sei rimasto in buoni rapporti, e di cui apprezzi le loro voci, tutte diverse e uniche, seppur in modo diverso. Riusciresti a definire ognuno di loro con un aggettivo oppure una parola che secondo te li definiscano al meglio?
MICHAEL: Gary Barden era sconosciuto nel 1979 quando si unì al Michael Schenker Group, ed ha una grande voce, potente, molto blues e piena di feeling. Graham è uno screamer pazzesco, con un carattere certamente estroso. Può cantare su tonalità altissime anche oggi, ed è una caratteristica che lo rende sinceramente unico. Nel 1986, quando rimasi senza cantante, decisi di trovare una persona che potesse dividere con me le responsabilità di un gruppo al cinquanta per cento, e trovai Robin McAuley, dotato di una voce adatta a sonorità più immediate e certamente molto melodica.  Doogie White è un cantante di metal classico, con grande attitudine ed energia, che sono le sue maggiori qualità. Ognuno di loro dona alla mia musica qualcosa di diverso, e questo rende il “Fest” ancora più interessante e gustoso sia da suonare che da ascoltare, secondo me.

Nel nuovo album fai duettare le diverse voci sicuramente più dell’esordio. È una scelta voluta? E sono coinvolti anche i cantanti nella scelta delle canzoni in cui devono cantare?
MICHAEL: Mi definirei una specie di architetto della mia musica, pianifico come devono suonare i pezzi anche nelle altre partiture di batteria e basso, e poi indico ai musicisti cosa voglio per quella particolare canzone. Per i cantanti è divertente, perché ognuno di loro può scegliersi le sue canzoni preferite tra quelle che scrivo e lavorare su quelle. In questo caso particolare, abbiamo ben quattro canzoni dove alterniamo Gary, Graham, Robin e Doogie, semplicemente perché sono talmente piaciute a loro che abbiamo voluto inserirceli tutti! Così è divertente anche per i fans sfegatati riconoscere le varie voci , creando un bell’effetto sorpresa. I nostri programmi poi, sono stati stravolti dalla morte del batterissta Ted Mckenna, il 19 gennaio 2019, e ci siamo trovati, oltre al dolore della perdita, a dover trovare un musicista che imparasse più di venti canzoni per la continuazione del tour di Resurrection ed altrettante di nuove da registrare in studio per il nuovo disco. Per fortuna abbiamo trovato la disponibilità del formidabile Simon Phillips, che ha svolto la maggior parte del lavoro in studio, ma essendosi ritirato dalle esibizioni live, questo vuoto è stato colmato da Bodo Schopf, che ha già suonato nella mia band alla fine degli anni ottanta e che ben conoscevo; inoltre, una delle ultime canzoni create per il disco, “We Are The Voice”, abbisognava di qualcosa di veramente speciale, e Michael Voss, che aveva già lavorato con Ronnie Romero, mi consigliò caldamente questo nuovo ragazzo che canta con i nuovi Rainbow di Ritchie Blackmore dal 2016, così fu contattato e accettò immediatamente di essere dei nostri. La sua performance è straordinaria, ha una voce molto diversa dalle altre quattro e porta la canzone davvero su un altro magnifico livello!.

Quali canzoni di Revelation secondo te possono diventare tuoi nuovi classici dal vivo? Al primo ascolto a noi hanno colpito “Rock Steady”, e “OId Man” due mid tempos potenti e con ritornelli di grande impatto.
MICHAEL: Ottima scelta! Ovviamente a me piacciono tutti i nuovi pezzi, dobbiamo suonarli dal vivo il più possibile, e non limitarci ai soliti classici, appunto perché anche queste songs abbiano la possibilità di diventarlo. Aspettiamo, suoniamo e vedremo!

Ti diverti di più a suonare i pezzi veloci oppure trovi più soddisfazione nei mid tempo, magari più pesanti e ritmici?
MICHAEL: La vita è bella perché varia, come la musica ed i concerti, quindi mi piace fare un mix tra i due stili, in modo da non annoiare me e certamente chi ci ascolta dal vivo.

“Ascension” chiude con grande intensità il disco e si unisce ad altri tuoi celebri brani strumentali, questa canzone per te ha un significato particolare?
MICHAEL: E’ la stessa storia di “Resurrection”, avevamo questo pezzo “speciale”, non siamo riusciti a decidere a chi affidare eventuali parti vocali, e quindi è diventata una canzone strumentale. Oltre a questo, certamente “Ascension” è dedicata a Ted ed alla sua vita.

L’ultimo anno non deve essere stato facile anche per la scomparsa di Ted McKenna. Vuoi dirci qualcosa su di lui? E su Paul Raymond, tuo compagno negli UFO, che ci ha lasciati da qualche mese?
MICHAEL: Quando Ted ci ha lasciato per me è stato uno shock, quasi da non crederci. Ted era sempre vicino a me e mi incoraggiava, soprattutto nei momenti difficili. Un ragazzo fantastico ed un batterista eccellente, e siamo grandi amici da tanti anni avendo lui suonato con me anche negli anni ottanta. Non ha mai cambiato il suo carattere, rimanendo sempre una persona umile e di una bontà unica. Riguardo Paul, è stata una notizia dura da ricevere per me. Era un grande amante del rock’n roll ed un compositore e musicista geniale. Aveva dieci anni più di me ma sembrava ancora giovane, certamente più dei suoi settantaquattro anni. Una perdita enorme, per tutti. E’ molto difficile accettare queste situazioni, la mia speranza è che siano in un luogo migliore e che un giorno potremo riabbracciarli, una volta ancora.

Una curiosità: tu hai il tuo progetto e sei certamente molto soddisfatto e positivo in questo momento, ma c’è una band in giro che ammiri ed in cui ti piacerebbe suonare, magari per una serata speciale?
MICHAEL: Sai, se potessi idealmente unirmi ad una band, sarebbero certamente i Led Zeppelin! (sorride). In realtà non ascolto con attenzione nuova musica da quanto avevo 17 anni, semplicemente per non farmi influenzare e non copiare le idee altrui. So che può sembrare strano ma è il metodo giusto per me.

Cosa succederà dopo l’uscita di “Revelation”? Tornerai in tour immediatamente e con quali cantanti al tuo fianco? Ed il tuo “Fest” per quanto tempo pensi possa ancora accompagnarti in questa tua “rinascita” musicale?
MICHAEL: Andremo sicuramente in tour e porteremo tutti e quattro i cantanti “storici”, non accetteremo certamente tutte le offerte che ci arriveranno, ma aspetteremo che “Revelation” possa essere ascoltato ed apprezzato come si deve, per poi decidere come promuoverlo al meglio e con spettacoli che possano essere memorabili. Quindi non possiamo dire altro, ma sono molto ottimista sul nostro futuro!