LA FINE NON FINE DEI THE END AT THE BEGINNING

THE END AT THE BEGINNING: INTERVISTA ESCLUSIVA •

Abbiamo incontrato Nicola Roccati, Andrea Marcomini, Alessandro Scarbetta e Filippo Traversini, ovvero i The End At The Beginning, in occasione del “Never Say Hero Fest”, festival allestito amatorialmente dalla Nuke Crew che raccoglie band metalcore, deathcore e hardcore da tutta Italia. Questo sarà l’ultimo show di Nicola.

Come è nata l’idea del nome della band e cosa significa?
NICO: Mi tiro fuori perché io ancora non c’ero.
FILIPPO: Il nome lo abbiamo tirato fuori a metà luglio quando avevamo formato la band e dovevamo averne uno per il nostro primo live ad agosto nel paese dove viviamo io, Andrea e Lorenzo. Ci mancava il nome a quel tempo e il nostro primo cantante Marco Maldarella ha pensato a questo che inizialmente ci serviva solo per il concerto e non aveva un significato vero proprio, significato che gli abbiamo assegnato poi successivamente. “The End At The Beginning” la fine è già scritta all’inizio di un evento.

Su cosa sono incentrate le vostre lyrics e chi le scrive?
NICOLA: Le scrivo inizialmente io, poi Lorenzo e spesso anche Filippo. Magari all’inizio gli diamo un abbozzo di quello di cui vogliamo parlare, ovviamente quasi tutto sul disagio.
FILIPPO: Alcune sono esperienze di vita, altre sono semplicemente opinioni su un determinato concetto. E altre appunto come diceva Nicola parlano di un disagio che può essere personale o verso qualcosa.
NICOLA: Giochiamo molto sulle metafore. Nella canzone “Survivor” c’è il concetto del soldato che deve aiutare l’amico, ma non lo fa perché vuole salvarsi la pelle, un concetto da guerriglia che funge da metafora per dire che più di tanto uno non si sbatte per aiutare il prossimo, perché prima pensa alla sua di pelle. In “Souleater” parliamo dell’amico o del conoscente che tende a risucchiarti in quello che è lui stesso per poi fregarti alla fine. Sono tutti episodi che possono esserci capitati e che tentiamo di tramutare in storia. Parliamo anche di altri concetti: In Plagues invece parliamo del fatto che siamo come una piaga che uccide il mondo. Ma perlopiù sono cose soggettive che abbiamo provato e che magari ci hanno smosso qualcosa, anche la perdita di qualcuno di caro.

Da quali gruppi siete stati influenzati? Anche artisti non metalcore?
ALESSANDRO: C’è da dire che io sono di un’altra concezione della musica, ma ci siamo ispirati molto ad artisti come “Ghost August Burns Red” soprattutto all’inizio. Influenze post hardcore “Memphis May Fire”, Texas In July.
NICOLA: Fuori dal metalcore direi quasi niente.

Lady Gaga nemmeno?
ANDREA: Quella dobbiamo ancora conoscerla.
ALESSANDRO: Bisogna conoscere il nemico per combatterlo! (ridono)
FILIPPO: Poi anche di più moderni: “Northlane”, “Fit For A King. Ma stiamo comunque cercando una nostra strada.

Parlateci dei vostri artwork: chi li ha pensati e chi li ha eseguiti?
FILIPPO: “Appearances” lo ha fatto un ragazzo canadese. L’artwork era nato appunto dal concetto dell’apparenza e inizialmente doveva essere quello di un uomo che vede una città bellissima che si riflette nell’acqua dove l’immagine risulta quella di una città distrutta e decadente. L’abbiamo cambiata mantenendo lo stesso concetto: non c’è l’uomo ma solo la città che è divisa a metà, da una parte c’è la parte bella, mentre dall’altra quella brutta. Questo è il concetto per cui bisogna andare oltre una certa facciata per vedere quello che ci sta dietro. Molto spesso una facciata molto bella cela un qualcosa di brutto.

Invece Revelations è una sorta di rivelazione di questa facciata?
ANDREA: Revelations è invece questa maschera che viene tolta, che svela il contenuto delle apparenze.
NICOLA: I primi testi riguardavano l’apparire e l’ambiguità. E’ stata una cosa diciamo “innata” mentre scrivevamo ci siamo resi conto che i nostri testi riguardavano sempre l’apparire di un qualcosa che in realtà non era. Nel secondo album è stato qualcosa molto più di getto, una rivelazione di un carattere brutto, come ti dicevo prima del soldato che dietro l’apparenza altruistica cela in realtà l’egoismo. Così come noi nel nostro secondo progetto ci siamo tolti la maschera e mostrati per quello che siamo.
FILIPPO: L’artwork ci ha aiutato a realizzarlo Marco Maldarella il nostro primo cantante, all’epoca dell’EP.

Come vi siete trovati col ragazzo che vi ha registrato i due album (Wavemotion Recordings) e con la casa discografica Famined Records?
FILIPPO: Fede Ascari (Wavemotion Recordings) è un nostro amico e ci troviamo da dio.
NICOLA: Tra l’altro è venuto a suonare con noi una volta sostituendo Alessandro al basso.
ANDREA: Con la Famined Records non ci conosciamo personalmente e ci sentiamo solo per mail perché sono americani, ma ci siamo trovati bene con la distribuzione del disco.

Nico, oggi è il tuo ultimo show. Perché lasci la band?
NICO: Non c’è nulla di personale. E’ un genere che faccio da undici anni e che ormai mi va un po’ stretto, ed è anche molto impegnativo, perché quasi tutti i weekend siamo fuori a suonare, è difficile star dietro alla composizione, poi abitiamo anche tutti molto lontani ed difficile incontrarsi. Il motivo principale è comunque il fatto che dopo aver cantato per tutto questo tempo da male a peggio mi sono reso conto che non rientra più nel mio mood, non lo sento più mio.
ALESSANDRO: I rapporti restano comunque come prima.
NICOLA: Sì non c’era nemmeno bisogno di dirlo. Questa è la band, è come giocare a calcetto con gli amici, quando non ti va più e vuoi giocare a basket smetti, ma loro restano tuoi amici.

Dato che ora le vostre strade si separano voi cosa farete?
ANDREA: Noi stiamo cercando un cantante, per ora non lo abbiamo trovato e le audizioni sono ancora aperte.

Tu Nico, hai già dei piani?
FILIPPO: Sopravvivere (ridono).
NICOLA: Continuerò a lavorare, a cantare, ovviamente farò qualcosa di molto tranquillo a cui mi possa dedicare molto più tranquillamente.
FILIPPO: Comunque lo rapiremo per i nostri show e lo porteremo con noi.
ANDREA: I The End alla fine siamo noi cinque. Quando poi arriverà qualcuno a sostituirlo lui continuerà a farne parte, e dovrà venire con noi a fare festa.

Spiegateci un po’ cos’è la NukeCrew che ha organizzato questo evento.
NICOLA: A Bologna siamo un collettivo di dodici band che si sono messe insieme per chiedere ai locali di organizzare eventi e promuovere le band che ne fanno parte e i locali in cui suoniamo. Oggi ad esempio ci sono band da tutta Italia, facciamo format simili: oggi è il Never Say Hero, altrimenti c’è il Never Say Die, come il “Bologna Chiama” dove facciamo dal rock all’hip hop, al metal, dando spazio a tutti i generi. E’ una cosa molto amatoriale che però ci diverte e che riempie i locali quindi siamo contenti.

Diteci una canzone a testa a cui vi sentite legati.
NICOLA: Dissipate o Try To Fall siamo lì lì, quindi direi entrambe perché sono in egual modo canzoni toccanti.
ALESSANDRO: Io direi che a parte queste due c’è la mitica “Lost in Thoughts” che è la nostra ballad del primo album che ho sentito e risentito. Per me è un capolavoro e ci sono legatissimo.
FILIPPO: Per me è sicuramente “Grains of Sand” che è la canzone di chiusura del primo album che parla di come i rapporti di amicizia si evolvano nel corso della vita e come a volte ci si sforzi di far sì che le cose rimangano uguali, quando magari l’unica cosa da fare è ricordarsi come erano un tempo e lasciare che il rapporto si evolva anche verso una rottura. Anche a “Parallel” ci sono legato. Questa potrebbe essere una pseudo canzone d’amore: parla di due persone che vivono due vite parallele e nonostante siano molto simili, e come dice nel ritornello basterebbe alzare lo sguardo e si incontrerebbero, sono come due rette parallele che continuano per la loro strada senza vedersi.
ANDREA: La canzone a cui io sono più legato è “Outsider”, che è l’opener del primo album, perché sentirla mi ricorda di quando ho avuto le prime soddisfazioni con questo progetto: il primo album registrato bene, i primi video fatti, le prime date con un riscontro positivo. E infatti stasera inizieremo il concerto con quella.
ALESSANDRO: C’è da dire che ha anche un testo bello e potente, tipo un pugno in faccia che speriamo che stasera arrivi.
FILIPPO: Questo brano lo ha scritto tutto Tex (Lorenzo Tassi) ed è una cosa legata alla sua esperienza di vita e parla di una figura all’interno della sua vita che era fondamentalmente un estraneo che ha tenuto in una situazione scomoda la sua famiglia, di cui alla fine sono riusciti a liberarsene dicendogli che non hanno bisogno di lui e che è un peso.
ALESSANDRO: Comunque molti possono avvicinarsi a questo testo e ritrovare persone nella loro vita come quella, e quindi affezionarsi alla canzone

Un siparietto divertente della vostra carriera?
ANDREA: Ci sono stati solo momenti del genere!
FILIPPO: Non è possibile dirne uno: la demenza ci ha accompagnati da quando è arrivato Nicola fino ad adesso. C’è una piccola raccolta di gag raccolte sul nostro canale internet.
NICOLA: Una volta ho staccato dei quadri da un albergo e un vaso. Me lo hanno raccontato io non so niente. Poi una volta io e Filippo abbiamo dormito in inverno con l’aria condizionata accesa. O siamo capitati a dormire in un posto con dei motociclisti mezzi nazi che parlavano solo veneto e c’erano i busti di Mussolini ovunque.

Cos’è per voi cantare e suonare?
ANDREA: E’ un modo di esprimere sé stessi ma avendo soddisfazioni concrete perché porti alla gente quello che fai, quindi: soddisfazione. Coesione, perché fai qualcosa con delle persone a te veramente care. Perché non ci consideriamo come una famiglia: siamo in simbiosi e lavoriamo da tanto assieme, remare tutti verso un obiettivo è la cosa principale forse ancora prima di suonare.

Grazie mille ragazzi. E buona fortuna per il concerto!
ANDREA: Grazie a te per l’intervista.

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