Jolly Rox – Sognando il paradiso del Rock

JOLLY ROX: INTERVISTA A JOEY ZALLA E JACK MERIDIAN •

Energici, melodici ed eclettici sul palco, i fiorentini Jolly Rox presentano a Metalforce il loro ultimo lavoro in studio ”Dreamers’ Paradise”. Si sono formati nel 2005 e adesso sono composti da Joey Zalla (voce, chitarre), Jack Meridian (basso) e Joe La Grotta (drums). Hanno pubblicato nel 2010 “Welcome to my Twisted Room” e un omonimo ep,  ”Jolly Rox” nel 2013. Con questo rinnovato assetto, stanno collezionando svariate date in tutta Italia.
Poco prima dello Sleaze It Up Festival, che si terrà il 29 settembre a Rovellasca, Joey Zalla e Jack Meridian raccontano degli ultimi live e i tempi degli esordi.

Avete pubblicato un Ep di sedici minuti, ‘’Dreamers’ Paradise’’, fotografia della band oggi. Presentate a Metalforce questo percorso dal 2005.
JOEY – Avevo 22 anni, ma suonavo già da tempo e avevo tenuto diversi concerti. Mi ero stufato del classico metal. Più che altro, ne avevo abbastanza  dell’ambiente, perché dalle mie parti la scena era orribile.
C’era persino un’associazione fatta di metallari appartenenti a qualche setta religiosa cristianoide o una diavoleria simile. Così, un mio ex amico/a, nonché primissimo bassista dei Jolly Rox allo stadio embrionale, mi fece una proposta, dicendo “facciamo un gruppo glam tipo i Mötley Crüe’’. Ricordo con piacere che ciò che mi convinse di più furono i loro capelli. Da quel momento si aprì un mondo migliore. Facendo glam arrivavano anche le ragazze. Nel giro di un anno avevamo suonato in mezza Italia, persino in un programma di Rock TV. E’ stato molto divertente, ma capii anche che nel nostro paese in troppi si sentono i ”Ciro Di Marzio” della situazione senza saperlo fare, e altrettanti non capiscono niente di musica. Eliminai una lista infinita di “persone” prima di trovare le prime vere pubblicazioni. Il nostro début album uscì  nel 2011. Incidemmo e pubblicammo un altro ep due anni dopo, nel 2013, ma non ero molto lucido. Ancora oggi, quando riguardo quei video su youtube non riesco a credere di averlo fatto veramente. Passai un lungo periodo di eccessivo senso di disgusto verso chiunque, troppo per suonare dal vivo, e così ci fermammo per qualche anno. Siamo tornati da non molto con ‘’Dreamers’ Paradise’’, e posso dire di aver intrapreso la strada giusta. Abbiamo un’ottima line up, soprattutto con il nuovo batterista, Joe La Grotta. E’ stato fortunato, perché i primi due concerti che farà con noi saranno insieme alle Soap Girls e  allo Sleaze It Up Festival di Rovellasca.

‘’Dreamers’ Paradise’’ ha quattro brani che viaggiano in crescendo, di cui la più audace è Malcom in termini di riffs e arrangiamenti per la sezione ritmica. Dove avete preso ispirazione? E per la title track?
JOEY – Malcom è l’unico brano che ricordo di aver scritto a 4 mani insieme a qualcuno. Lo creammo con Sam, uno dei batteristi defunti. Da solo feci la linea vocale e il testo. Come sempre fu tutto un colpo di ispirazione. Compongo musica come i neri, mi lascio prendere dal ritmo. Per la title track stessa cosa, ma la scrissi come piccolo tributo a Dave Lepard, il primo e vero cantante dei Crashdïet.

Molti scrittori, musicisti e poeti hanno inserito nelle loro opere il concetto di ‘’maschera’’, ci cui ricordiamo Pirandello, Nietsche, Oscar Wilde, Erasmo da Rotterdam e David Bowie. Come avete diluito questa etimologia nella consequenzialità dei brani?
JOEY – Una maschera è simbolo, archetipo, astrazione. Un uomo quando la indossa smette di essere uomo e diventa un concetto. Questo lo rende molto più forte. Credetemi, quando incontrate un parapsicologo dei vostri che vi recita “indossare una maschera significa nascondersi, insicurezza e poca autostima”, è come quando il prete vi dice di pregare con 10 Ave Maria. Lo deve dire per dottrina, ma non sa neanche cosa sta dicendo. Chiunque indossa una maschera e tutti hanno un ruolo. Un avvocato, per esempio, che cos’è? E’ un ruolo. Un lavoro, un’etica. Un cittadino? Un Genitore? Un Prete!? Sono solo maschere che ti dai e ti dà la società. Qualcuno ha quella dell’impiegato, io del Bastardo.

Le tematiche che vengono affrontate sono più elaborate rispetto a un più spicciolo ‘’Welcome To My Twisted Room’’ e ‘’Jolly Rox’’. Perché questa volta avete dato più importanza alla parte testuale?
JOEY- Perché probabilmente avevamo più cose da dire. Ai tempi di ‘‘Welcome’’ eravamo veramente troppo giovani e ingenui per scrivere testi impegnativi. L’esperienza serve almeno a questo.

Chi è il sognatore della vostra band?
JACK – Più o meno lo siamo tutti, almeno così dovrebbe essere. In fondo, oltre a un impulso che nasce da dentro, la scelta di continuare a fare tutto ciò qui, ora, e al livello più serio e professionale possibile, si commenta da sola…

Jack Meridian ha scritto negli anni precedenti varie raccolte di poesie. Come avete inserito nei testi dei Jolly Rox questo aspetto?
JACK –  Ti ringrazio per avermi attribuito una pluralità di raccolte. In realtà ne ho scritta solo una nel 2010, contenente elaborati risalenti a un periodo antecedente. E’ un capitolo a parte della mia vita, molto probabilmente chiuso, almeno a livello di pubblicazioni. Ho sempre tenuto abbastanza separate le due cose, anche perché le poesie sono in italiano, mentre scrivo musica in inglese. All’epoca, con la mia vecchia band Secret Lane, ho ripreso qualcosa, inevitabilmente riadattato. Al di là della lingua è diverso scrivere “a briglia sciolta” dal farlo dovendo rispettare metriche e melodie.
Indubbiamente l’inglese aiuta perché è più musicale e manipolabile. Qui non è presente niente nei testi, essendo entrato nei Jolly Rox solo ad aprile 2016, quando l’ep era già registrato. E’ il motivo per cui non sono entrato in merito a nessuna precedente domanda. Il mio unico apporto è stato nel contribuire all’editing finale. E’ stato mio grande onore e onere, oltre chiaramente a chiunque si sia avvicendato prima ancora, subentrare a Tower dei Vision Divine, che ha registrato tutte le parti di basso prima che la nuova line up prendesse forma.
Il progetto mi ha intrigato, avendo avuto la possibilità di rispolverare il basso dopo circa un decennio e di continuare comunque anche sulla chitarra nell’aspetto unplugged. Un mio contributo più attivo si può riscontrare nell’ideazione del video di “Dreamers’ Paradise”, riprendendo elementi onirici ed esoterici che caratterizzano molto i miei scritti. Per l’aspetto musicale e testuale, spero di riuscire a  dare un valido supporto nei prossimi brani.

Avete avuto occasione di esibirvi anche fuori dai confini nazionali, di cui ricordiamo la vostra recente esperienza in Germania. Quali sono state le differenze che avete riscontrato?
JACK – Al momento si tratta dell’unica esperienza all’estero, dove solo io e Joey abbiamo partecipato in acustico come ospiti a un festival multietnico. La differenza l’abbiamo vista eccome: nonostante fossimo i più decontestuali rispetto all’imprinting dell’evento, per così dire, la risposta del pubblico è stata entusiasta, sia nell’immediato che dopo, manifestando un’attenzione e un interesse che qui troviamo raramente.
Va da sé che a livello di business e opportunità le cose procedano di conseguenza. Questo lo abbiamo riscontrato anche nelle serate successive, dov’è capitato che in un rock club ci abbiano prima acquistato online su due piedi i nostri ultimi 2 singoli e trasmessi poi entrambi due volte, a distanza di un’oretta, vista l’ottima reazione dei presenti. Spero e credo che avremo modo di muoverci fuori dal confine nazionale al più presto possibile.

Come band, quali sono state le difficoltà che avete incontrato in Italia?
JACK – Qui l’interesse per questo genere è  morto da un pezzo. I soldi scarseggiano per tutti, i locali sono sempre meno e la proposta mediatica imbarazzante. Non vedo margine di potenziale miglioramento per il futuro. Devo aggiungere altro? Certamente c’è da dire che i pochissimi che restano sono buoni, sia a livello artistico che personale. Questo ci ha permesso di agire in modo etico secondo i nostri parametri, sia per le registrazioni, che con la nostra etichetta milanese Hurrikan-Blitz di Andrea De Paoli, che per l’agenzia di booking Black Dog, sempre di Milano. Tutto sommato, per come stanno andando le cose, poteva anche andarci molto peggio…

JOEY: Secondo me il problema dell’Italia è che è piena di italiani.

Dato che si sono susseguiti periodi in cui il vostro sound ha subito delle variazioni, sia per cambiamenti di line up che per inclinazioni musicali, quale direzione avete deciso di intraprendere in un prossimo futuro?
JACK – Sicuramente proseguiremo sulla scia di quest’ultimo ep, con un sound più pesante e oscuro rispetto agli esordi, sia musicalmente che nei contenuti. In parallelo coltiveremo maggiormente anche l’aspetto acustico, nel quale è coinvolto un altro membro che si alterna a chitarra e banjo, Alan Houston, già chitarrista solista nella mia vecchia band Secret Lane.

Quali saranno i vostri prossimi concerti?
JACK – Al momento abbiamo confermato lo show il 19/9 al Contro di Prato in apertura alle Soap Girls, il 29/9 suoneremo allo Sleaze It Up Festival di Rovellasca organizzato dalla nostra booking, poi il 26/10 saremo al Satyricon di Alatri, il 27/10 al Riff Raff di Piacenza e infine il 10/11 al Circus Club di Firenze