ICY STEEL – Difensori dell’Umanità

ICY STEEL: INTERVISTA ESCLUSIVA A STEFANO ‘ICY WARRIOR’ GALEANO •

 

Abbiamo fatto una piacevole chiacchierata con Stefano Galeano, membro fondatore e frontman degli Icy Steel. La band sarda ha pubblicato da poco il nuovo album “Guest On Earth” che ha visto la presenza di numerosi ospiti di calibro internazionale. Piccoli retroscena e simpatici aneddoti sulla preparazione del disco sono solo alcuni degli argomenti di questa interessante intervista. Buona lettura. 

Ciao Stefano, benvenuto su Metalforce.
STEFANO –
Grazie mille, per me è sempre un grandissimo piacere essere qui. E’ un vero onore!

Cominciamo con una breve presentazione degli Icy Steel di cui tu sei rimasto unico membro originale, se non erro…
STEFANO – Eh sì, ormai da più di dieci anni, sì! Beh, che dire? Gli Icy Steel, come da biografia, nascono nel 2005; diciamo che ormai sono una piccola realtà nell’ambito sicuramente sardo, ma speriamo anche italiano… Abbiamo sempre avuto voglia di fare un certo tipo di heavy metal, di ispirazione molto epica, cercando di farlo con più passione possibile, quindi senza seguire dei trend veri e propri. Forse è anche un peccato, ma noi siamo così “intransigenti”, usiamo questa parola che si presta a molti significati. Tutto sommato è quella la sostanza!

Recentemente è entrato a far parte della band Marco Scanu, giusto in tempo per la release del nuovo album. Come siete arrivati alla sua scelta e quale apporto ha dato alla band appena entrato? E non solo in senso musicale…
STEFANO – In realtà Marco è entrato a far parte della band proprio durante la registrazione effettiva del disco, è entrato in corsa d’opera, quindi fondamentalmente ha fatto degli assoli di chitarra soltanto in due brani, in realtà non ha neanche avuto modo né tempo di apportare musicalmente qualcosa… però, rispondendo alla tua domanda, a livello di supporto personale Marco Scanu, che ha 21 anni, pur essendo un giovincello, riesce a tenere testa e stare dietro a dei vecchietti, ormai, come noi. Ha una personalità molto forte, è un grandissimo chitarrista e in fase compositiva, anche se solo in due assoli nell’album, si sente la sua bravura.

Parliamo appunto del nuovo album, “Guest On Earth”. Il titolo potrebbe avere quasi un doppio significato: quello che vede noi umani essere ospiti temporanei su questa Terra nelle varie ere, ma sembra anche celare un suggerimento sulla presenza dei tanti ospiti che hanno contribuito alla realizzazione del disco. E’ una cosa voluta?
STEFANO – Roberto, ti dico una cosa: hai beccato esattamente il significato esatto! Complimenti, questo te lo dico proprio personalmente perché, in realtà, sì, è voluto, nel senso che “guest on earth” sta a significare che l’umanità è ospite su questa Terra e poi perché strizziamo l’occhio anche al fatto che ci sono gli ospiti che, in questo caso, apportano il loro contributo nell’album. Sì, è esattamente così, è proprio così!

Quindi diciamo che voi avete pensato al titolo prima di preparare l’album…
STEFANO – Il titolo in sé no, è venuto fuori nel corso della composizione dei pezzi, però l’intenzione era già chiara, ovvero fare un tema specifico proprio, sì. Comunque non il titolo, ma già avevamo l’idea di una cosa del genere.

Avete articolato le tracce del disco in modo che raccontassero la storia dell’umanità: come è nata questa idea? E la stesura di questo album, che potremo definire un concept, è stata complessa?
STEFANO – Sì, assolutamente! Sì, è stata complessa perché veramente abbiamo provato a fare il passo più lungo della gamba, ma in realtà, poi, non abbiamo avuto esitazioni! Noi se dobbiamo saltare, saltiamo! Se sotto c’è qualcosa non lo sappiamo, non ci interessa! Anche perché penso che l’arte sia un po’ un tuffo nell’ignoto, quindi vogliamo osare ed è importante, altrimenti perdiamo il senso della vita. Noi abbiamo voluto fare qualcosa, e lo dico sia come membro che come fondatore della band, in un periodo storico dove veramente c’è poco valore umano. La gente si permette di sindacare su tutto e tutti, come se nulla fosse! Parliamo del colore della pelle, di orientamento sessuale, di gusti musicali… Ognuno dovrebbe vivere nella sua bolla in totale tranquillità senza che l’altro debba dire per forza qualcosa… e quindi ho pensato – e questo è il nostro punto di vista – di far vedere in realtà all’umanità che, alla fine, siamo tutti su questa “pallina” chiamata Terra. Noi, in fondo, siamo degli esseri insignificanti, se poi ci mettiamo anche a fare guerre e alimentiamo l’odio l’uno verso l’altro, allora è la fine della nostra essenza… quindi abbiamo pensato: “Aspetta un attimo! Perché non far vedere, nel nostro piccolo, all’umanità quanto belle siano le varie culture e le varie diversità dell’essere umano, che hanno contribuito a rendere l’uomo quello che è oggi?”. Abbiamo fatto questo trascorso temporale e siamo partiti dai Sardi, anche un po’ per strizzare l’occhio alla nostra terra, ma ai Sardi molto antichi, come prima civiltà – secondo molti – che se la gioca con i Sumeri (probabilmente i Sumeri sono precedenti), però noi abbiamo messo prima i Sardi proprio per onorare la nostra terra d’origine. Dall’antichità, poi, partiamo con uno scarto temporale avvicinandoci sempre di più al nostro secolo, ad un paio di secoli prima, con gli indiani nativi d’America, che sono la popolazione più recente che abbiamo citato… C’è proprio un excursus temporale, ma è un modo per dire che l’umanità è bella! Non siamo stati lì a dire “Quanto sei brutto” all’altro, perché tanto siamo uguali a lui, bello o brutto che sia! È esattamente così!

Come nasce un brano degli Icy Steel?
STEFANO – Nasce prima di tutto solitamente da delle fasi musicali che ci sono inizialmente. Tiriamo fuori un riff, spesso lo propongo io, alcune volte viene proposto da altri, tipo da Flavio, il nostro batterista, altre volte dai vari membri della band…comunque sia, un riff che “comanda” su tutto. Un bel riff, una bella melodia e poi partiamo con il songwriting, in ogni caso partiamo sempre dalla musica. Una volta che noi abbiamo la musica, io mi metto a fare le composizioni della voce, delle linee vocali e tiro giù un testo che sia accattivante, interessante… È tutto un discorso che parte sempre da qualcosa, tipo un riff di base di chitarra. In effetti, non è mai successo che magari nascesse prima un testo, questo mai. Ci vediamo in sala prove con il materiale e là insieme si prova. Anche se un testo lo compongo io, comunque dobbiamo provarlo insieme. Siamo una squadra, non c’è un capo!

L’idea di coinvolgere personaggi del calibro di Steve Di Giorgio, David Shankle, Ralf Sheepers, Olaf Thorsen, Ross The Boss, Mike LePond, Roberto Tiranti (e potrei citarne altri), è nata in corso d’opera o siete già partiti con la prospettiva di creare dei brani che si adattassero ad altri musicisti al di fuori della band?
STEFANO – Inizialmente volevamo coinvolgere uno, due, tre artisti al massimo, anche perché noi siamo fanatici e ci piacciono queste cose… però in realtà ci siamo detti: “Aspetta un attimo, se l’album parla dell’umanità, perché non è l’umanità a mettersi in gioco?”, “Perché tanti big e non, di varie nazionalità, non si mettono a lanciare questo messaggio?”. Allora che cosa abbiamo fatto? Abbiamo deciso di coinvolgere tutti i nostri contatti e provare veramente a fare una cosa in grande! È un concept anche da questo punto di vista, i “guest on earth” che si mettono insieme e suonano i brani da noi proposti; tra l’altro – e questo posso dirtelo come “chicca in più” – nessuno di loro ha fatto sfoggio della sua bravura o fama, anzi, si sono comportati tutti in maniera professionale, rispettosi del nostro operato. Siamo stati noi che abbiamo detto loro: “Aspetta! Noi vogliamo che tu dia il tuo apporto, perché se devi lanciare un messaggio, lo devi fare a modo tuo”. Ognuno di loro ha dato il proprio favoloso contributo, perché chiaramente a quei livelli tutto è possibile… ma, comunque, ti dirò che anche i meno famosi hanno dato un qualcosa che ha fatto crescere di qualità l’album! E se il disco funziona, dobbiamo dire grazie anche a loro! Siamo stati una squadra più grande questa volta, anche se le composizioni erano le nostre. Sì, abbiamo fatto un album che sia di tutti e per tutti!

Hai, in un certo modo, anticipato la mia prossima domanda: data la loro grande esperienza, qualcuno di loro vi ha dato suggerimenti per migliorare qualcosa, un apporto con qualche idea che avete reputato rilevante?
STEFANO – Sì, certo, certo! Noi lo abbiamo detto dall’inizio: “Ragazzi, voi fate il vostro lavoro, diteci se avete delle idee da aggiungere e noi saremo ben propensi”. Ed infatti è successo. Ad esempio, ti dico una chicca che mi viene in mente adesso: Steve Di Giorgio, che è un grandissimo bassista, e non devo dirlo io, ha portato una linea di basso totalmente differente da come l’avevamo ideata noi, seppur le note fossero sempre quelle. Lui ha fatto un ricamo impressionante, è veramente fantastico, addirittura melodico, armonizzando proprio le parti nel pezzo e ha creato una linea interessantissima! Per quanto la linea fosse quella, lui ha fatto determinati ricami che noi non avevamo pensato di fare.

Avrete ovviamente pensato che un brano potesse essere più adatto ad un musicista piuttosto che a un altro: in base a cosa avete effettuato le varie scelte?
STEFANO – E’ proprio così! Abbiamo effettuato la scelta in base al trascorso che ogni musicista ha avuto nelle varie band o nel suo genere di riferimento ed inoltre pensando al modo – secondo noi – di comporre o, comunque, di interpretare i pezzi da parte del musicista stesso. Ad esempio, rimanendo sempre su Di Giorgio, con il quale ci siamo confrontati spesso, lui mi sembrava adatto a “The Calendar” perché il pezzo in questione è il più “massiccio”, poiché vi sono dei riff che a noi ricordavano la scuola un po’ più dura. Noi non facciamo thrash metal, però ci poteva stare. Lo stesso con Roberto Tiranti. Lui ha fatto un pezzo sugli Egizi. Roberto è appassionato di cultura egiziana, tra l’altro proprio quel tipo di sonorità ci stava benissimo e infatti è andata alla grande, a parte il fatto che è un professionista ed è bravissimo! È stato un bene perché mi ha poi confermato che lui è un appassionato e avendolo visto fare il faraone in un musical della Disney, ho associato la mia idea e la cosa si è rivelata perfetta… Ma è stato così per tutti quanti, chi più e chi meno, anche con alcuni che si sono aggregati per ultimi, loro stessi hanno detto: “Guarda, mi piace molto il pezzo, lo imparerò bene e sono contentissimo di far parte di questo progetto”. Tutto quanto, più o meno, è stato fatto ad hoc!

Quindi voi avete costruito prima i brani e poi deciso a chi affidarli? Oppure avevate già in mente chi chiamare e avete costruito i brani sulle caratteristiche di ogni artista?
STEFANO – Abbiamo deciso di creare i brani su quelli che avevamo già deciso di chiamare, poi alcuni sono arrivati dopo, quindi gli abbiamo chiesto: “Ascolta, che ne dici se fai questa parte?”…

Dunque avete scelto prima i musicisti da invitare e poi costruito i brani sul tipo di impronta che poteva dare il musicista stesso…
STEFANO – Sì, anche se alcuni hanno dovuto dare forfait, ci hanno detto di no perché, purtroppo, avevano altri impegni. Io ne ho chiamati una marea di musicisti ed alcuni non hanno potuto proprio esserci per via, appunto, degli impegni, quindi abbiamo fatto dei brani che, in realtà, avremmo voluto assegnare ad altri, soprattutto per le linee vocali, ed invece… Non è il caso di Scheepers e non è neanche il caso di Tiranti, con loro è stato tutto ok!

La risposta degli “invitati” è stata subito entusiastica o qualcuno ha avuto bisogno di essere stimolato, magari facendogli sentire delle piccole anteprime?
STEFANO – Quasi tutti hanno voluto sentire i brani, eccetto qualcuno! Ti faccio un esempio, te lo dico perché mi sarebbe piaciuta l’idea di averlo con noi: Tony Martin. Lui purtroppo ha rifiutato, il pezzo era buono, ma non era nel suo stile ed aveva in mente altre cose. Io, infatti, gli ho detto che non c’era nessun problema… ma anche nel progetto finale, quasi tutti i guest che hanno partecipato hanno voluto sentire i pezzi. Non hanno detto di sì immediatamente, hanno accettato solo nel momento in cui si sono accertati che il progetto fosse interessante e nelle loro corde. Io sono contentissimo di questo, preferisco un no, piuttosto che un sì forzato… preferisco un no.

Con chi vi siete trovati più a vostro agio nel lavorarci insieme? E perché?
STEFANO – Diciamo che sono stati tanti gli artisti che si sono immolati per la causa. Uno di quelli che non mi aspettavo assolutamente – ed invece è stata una persona alla mano, anzi, di più! – è stato Mattia Stancioiu, il batterista che abbiamo avuto nel pezzo dei Sardi, “The Inhabitants Of The Solitary Island”, è una persona fenomenale, bellissima! Un altro è Roberto Tiranti, ma quello che mi ha veramente schockato è stato Steve Di Giorgio. Non è stato solo una persona squisita, di più! Si è messo proprio lì ad osservare il testo, mi chiedeva se dovesse usare il fretless oppure no, mi chiedeva: “Che ne dici se faccio questo o se faccio quest’altro?”. Abbiamo lavorato a distanza, ma come membri della stessa band, tutti e due! Essendo Steve DiGiorgio, secondo il mio punto di vista, si potrebbe permettere più di altri di tirarsela! Ti racconto questa curiosità, perché mi fa ridere! Gli ho detto: “Mah, ascolta, noi non vogliamo disturbare, ci mancherebbe. Io non voglio romperti le scatole”, lui ha risposto: “No, guarda, mi dai una braciola e siamo a posto!”. È una persona veramente a modo, non solo lui naturalmente, ma lui è quello che mi ha meravigliato perché, ripeto, vista la caratura… non me l’aspettavo, ecco!

Qual è il brano che in questo disco, a vostro giudizio, rappresenta meglio gli Icy Steel? Quello in cui vi riconoscete al 100%?
STEFANO – Posso parlare a nome della mia persona, ma credo che la band sarebbe d’accordo, ma io parlo prevalentemente per me! Ti posso già dire un pezzo: dovendo scegliere tra i figli, come sai è complicatissimo, se dovessi scegliere un pezzo per dire “Ecco, gli Icy Steel sono questo”, forse – e dico forse, perché intervengono tanti fattori – potrebbe essere “Echoes Lost In Time”, il brano dei Celti praticamente, quello con il violino iniziale, perché è un brano cadenzato, melodico, perché comunque sia è una ballad e noi siamo dei romanticoni, perché c’è un discorso molto antico… Anche il testo! Noi non siamo mai troppo specifici quando scriviamo, perché a noi piace avere un rapporto in ambito acustico con le cose molto emozionale. Non siamo degli storici, non siamo degli archeologici, noi facciamo le cose là dove ci porta il cuore.

Dopo 5 album siete soddisfatti del vostro percorso musicale? Cambiereste qualcosa?
STEFANO – Abbiamo aperto, senza farlo apposta, un varco! Tutti hanno diritto al loro spazio, però diciamola chiara: in un underground così duro, un piccolo, piccolo, piccolo spazietto personale ce lo siamo ritagliati, ma va detta una cosa! Dopo cinque album, vediamo sempre di più – e con questo non voglio accusare nessuno – il totale disinteresse verso la musica autoprodotta ed inedita. Noi dobbiamo continuamente fare i conti oltre che con le tante band, anche con il fatto che non c’è veramente interesse verso chi sta creando qualcosa. Quello che siamo lo dobbiamo sia agli errori, che alle scelte buone! Va bene così come è andata!

Guardandovi intorno, in un universo musicale che si sta, a mio parere, devolvendo, con troppe band e un pubblico, come quello odierno, poco attento alla qualità, ma più interessato a quello che fa tendenza, non vi viene mai voglia di fare qualcosa di più mainstream? O il vostro motto è: “Al diavolo la notorietà. Meglio rimanere fedeli al proprio credo!”?
STEFANO – Noi siamo più per questa politica che ‘oscilla’, per così dire, tra il fare un pezzo che suona mainstream, ma rimane sempre in ambito heavy/epic. Perché non educare i ragazzi a comprare gli album, anziché scaricare? Perché non educare i ragazzi ad un determinato tipo di genere anziché indurli ai talent? Noi ci stiamo provando nel nostro piccolo, ma il problema sai qual è? Anche se uno, magari, va di pari passo un po’ con i suoni e leggermente si modernizza, si orienta verso pezzi un po’ più melodici o, che ne so, va a metterci quell’elemento che può rendere il tutto un pochino più appetibile, anche se si fa così siamo in un periodo storico in cui la cultura musicale non viene sviluppata come si deve. Noi non diciamo che la musica non deve essere mainstream, anzi, è meglio se lo è, il problema è, come dici tu, che negli anni ’70 c’era musica buona, perché c’era gente che sapeva ascoltare! La maggior parte della gente non capisce nulla oggi, purtroppo, perché è stata educata male da Internet. Infatti oggi giorno è molto semplice scaricare un brano e fare visualizzazioni facili: noi Icy Steel non vogliamo questo, nel senso che se ci arrivano anche 20-30 mila visualizzazioni nel nostro canale Youtube, per dire, ci fa anche piacere, ma fondamentalmente di quelle 20-30 mila visualizzazioni non c’è attendibilità! Cosa ce ne facciamo? È meglio andare ad un concerto con 50 persone che stanno lì ad ascoltare per pura passione.

I Priest direbbero: “Defenders of The Faith”! E io approvo in pieno! I vostri progetti futuri? Tour? Festival?
STEFANO – Abbiamo in programmazione qualche data, un tour probabilmente… anzi, sicuramente sì! Ci sono in ballo anche delle date che al momento non vogliamo svelarvi perché non sono ancora certe. Però ti posso dire che le uniche due che abbiamo programmato saranno in Sardegna in promozione all’album e sono esattamente questo sabato, 22 dicembre, al Metal Christmas, un festival a Cagliari che ha ormai 20 anni, dove parteciperanno – se posso permettermi, li menziono perché mi fa piacere – Deathless Legacy, Burning Ground, noi, poi ci saranno in apertura, i Rising Silence. Il 28 di dicembre, invece, saremo a Sassari, per una serata tutta nostra, dedicata agli Icy Steel e alla promozione dell’album… poi avremo qualche altra data di cui, purtroppo, non posso ancora dirti nulla!

Caro Stefano, ti ringraziamo del tuo tempo e noi di Metalforce auguriamo a te e alla band un grande in bocca al lupo!
STEFANO – Sono io che vi ringrazio a nome di tutta la band e anche a nome di tutti i metallers, perché possono contare su persone come voi che mostrano ancora tanta passione per l’heavy metal.

ringraziamo Arianna Govoni per la gentile collaborazione.