DELAIN – I freddi cavalieri dell’Apocalisse

foto: Tim Tronckoe

DELAIN: INTERVISTA ESCLUSIVA A CHARLOTTE WESSELS E MARTIJN WESTERHOLT •

It takes a second just to fall in love”. Così cita uno dei singoli promozionali dei Delain, un vero motto per chi, come la sottoscritta, ha imparato a conoscere la band olandese sin dagli esordi! Basta anche meno di un secondo per innamorarsi della proposta musicale di Charlotte Wessels e compari, una vera apocalisse sonora che investe l’ascoltatore sin dal primo ascolto. In esclusiva per i nostri lettori, vi offriamo un’intervista dettagliata condotta alcuni giorni più tardi l’uscita di “Apocalypse & Chill” (qui la nostra recensione), il sesto lavoro discografico della band. Ecco come Martijn Westerholt e Charlotte Wessels si raccontano ai microfoni di Metalforce.

si ringrazia Paolo Fagioli D’Antona per la preziosa collaborazione nella preparazione dell’intervista.

Ciao ragazzi e bentornati su Metalforce. È da tantissimo tempo che non ci sentiamo. Come state?
MARTIJN –
Sto bene, sì! Abbiamo avuto un paio di show e un release party lo scorso venerdì, siamo molto contenti di come stiano andando questi concerti!
CHARLOTTE – Lo stesso vale per me, sono molto contenta di come sia andato il concerto venerdì, così come i concerti che abbiamo tenuto in Regno Unito, sì… e i feedback finora sono stati buoni! Non posso lamentarmi!

So che avete tenuto da pochi giorni un grandioso show in Olanda, dove immagino abbiate presentato i nuovi brani di “Apocalypse & Chill”. Come ha reagito il vostro pubblico di fronte ai nuovi brani?
CHARLOTTE –
Credo che la risposta sia stata buona sin dall’inizio, avevamo già avuto modo di presentare un paio di brani in occasione dei nostri tour precedenti e, ovviamente,  avevamo pubblicato qualche singolo prima di tutto ciò. Credo che il nuovo materiale suoni molto bene, voglio dire, brani come “Let’s Dance” sono stati cantati all’unisono sin dal primo ascolto. Sì, credo che molte canzoni suonino davvero bene, il disco è fuori da una settimana circa e attualmente abbiamo circa otto brani di questo lavoro nella nostra scaletta, il ché è molto!
MARTIJN – Credo di non aver mai suonato così tante canzoni tratte dal nuovo album, quindi è una cosa interessante!  Come se non bastasse, abbiamo anche un brano che dovremo ancora suonare per la prima volta in futuro.

Parliamo del vostro nuovo album. Ammetto che, non appena ho visto la copertina dell’album, mi è venuto un attimo da pensare perché, effettivamente, non capivo bene cosa volesse rappresentare. Sembra raffigurare l’indifferenza umana a tutto ciò che accade  al nostro pianeta. Nella mia ingenuità, potreste spiegarmi cosa rappresenta e dirmi se quel tipo di messaggio è presente anche nelle canzoni?
CHARLOTTE –
Certamente, è esattamente quello che la copertina raffigura. Sai, è il modo in cui la gente chiude un occhio su ciò che succede intorno a loro. Nella seconda parte del disco, sono presenti tracce molto apocalittiche e distopiche, l’album è stato creato per adattare meglio la tematica.

In effetti, la copertina è molto poco in stile Delain, ovvero è abbastanza diversa dal solito stile della band. Cosa potete dirci in merito e cosa, invece, del titolo?
MARTIJN –
Credo che questa sia una domanda per te, Charlotte.
CHARLOTTE – Avevamo circa sei tracce quando abbiamo iniziato a pensare al titolo del disco ed è stato in quel momento quando ci siamo accorti di avere questa specie di contraddizione nei brani. Sai, abbiamo un lato che è molto apocalittico e l’altro è più gioioso, caratterizzato da queste canzoni dal sapore pop. Credo che sia uno specchio interessante che riflette la società di oggi, dove dai un’occhiata alle notizie, dove vedi il mondo in fiamme o ancora, se osservi i social media, vedi tutti quanti vivere la loro vita perfetta e tutto sembra così liscio… Credo che questa sia una cosa molto interessante da vedere, è stramba, è strano rendersi conto dell’esistenza di questi due mondi e da qui è stato ispirato il titolo. Avevo in mente il titolo già da un po’, mentre stavamo ancora lavorando alle demo, ho dato un’occhiata alla collezione di brani e ho ritenuto fosse un buon abbinamento.

Devo ammettere che ascoltando il disco sono rimasta molto colpita, perché c’è sempre quella sensazione di voler sorprendere l’ascoltatore offrendo nuovi spunti. Il disco è molto heavy ma presenta anche qualche aria di novità. Cosa potete dirmi in merito al lavoro svolto in studio?
MARTIJN –
Beh, la cosa buffa è che non abbiamo davvero testato niente di nuovo, a parer mio si tratta di aver usato maggiormente gli elementi che abbiamo sempre utilizzato, ma abbiamo sfruttato più l’intensità e questo comprende tutto. C’è più orchestra, più cori, questa volta ci siamo affidati ad un vero coro, poiché non abbiamo mai avuto un coro classico. Abbiamo più elementi elettronici, già presente in passato, seppur non ve ne fossero così tanti! Credo anche che le linee vocale di Charlotte siano molto più intense! Tutto quanto è molto più intenso! Ci sono persone che ci hanno detto: “Hey, sento ancora che siete i Delain, ma allo stesso tempo c’è qualcosa di diverso!” ed è questo ciò che vuoi in veste di artista, perché c’è sempre quella attenzione del voler far sì che gli ascoltatori si identifichino nell’artista che sei, ma allo stesso tempo vuoi che gli stessi ascoltatori siano interessati e sorpresi. Abbiamo scritto ciò che ci piace scrivere e, ovviamente, quando abbiamo iniziato, pensavamo: “Okay, sembra bello”, ma questo è ciò che dico sempre con ogni album che realizziamo anche se questa volta siamo stati impeccabili, per così dire. Una cosa diversa è legata alla registrazione: non abbiamo registrato tutto insieme, ma abbiamo fatto per gradi: ad esempio, abbiamo scritto un paio di brani che abbiamo registrato subito e li abbiamo missati; siamo tornati, abbiamo composto più tracce e le abbiamo registrate, realizzato il missaggio. Siamo tornati ancora una volta e via discorrendo. La gente è abituata a fare le cose per gradi: prima scrivono, poi registrano e si dedicano al mixing. La cosa bella è che puoi sempre tornare indietro, al mix precedente e cambiare qualcosa, perché non è mai tardi per cambiare qualcosa laddove tu volessi fare aggiunte. Puoi sempre farlo. Questo è stato il nostro modo per approcciarci alla produzione.

Riguardo al disco in sé, “Apocalypse & Chill” sembra più guitar oriented e decisamente più pesante rispetto ai vostri dischi precedenti, a tratti sembrano esserci dei riff quasi djent. Allo stesso tempo, il disco è molto sinfonico ma ha una sinfonia dal sapore molto “apocalittica”, pesante e “opprimente” in linea con la copertina. Era una cosa voluta?
MARTIJN –
Ci sono molto elementi che abbiamo usato più intensamente. Per quel che riguarda la parte djent, credo sia a causa di Timo, è una cosa molto sua, ma credo centri anche Guus, il ragazzo con il quale scriviamo da anni; ad esempio, Guus ha scritto il riff iniziale di “Creatures”, che ha questa atmosfera molto doom e ha anche qualche cosa a la Amon Amarth. Il responsabile di questo è Guus, per cui sì, credo vi sia molta più intensità.

Se non sbaglio, questo è anche il primo disco senza Merel e Joe, il vostro vecchio batterista. Vanta, invece, la partecipazione del vostro nuovo batterista, Joey de Boer, quindi vorrei chiedervi: come si è svolto il lavoro con lui e che tipo di contributo ha offerto?
CHARLOTTE –
Per ciò che riguarda il suo contributo, in termini di scrittura e produzione dell’album, non vi sono state modifiche, poiché Martijn è il produttore e il team che scrive i brani è composto da Guus, la sottoscritta e Martijn. Recentemente si è unito a noi anche Timo, come menzionava Martijn, ma gradualmente, la squadra rimane la stessa. Credo che il carattere salti fuori quando i brani sono già pronti e tutti quanti iniziano a registrare quella parte, è qui che vediamo quanto i brani siano singolari. Penso che questa sia una domanda più adatta a te, Martijn.
MARTIJN – Già, è vero! Beh, il fatto è che Charlotte ha totalmente ragione, non ho niente da aggiungere a ciò che ha detto, sono completamente d’accordo! Il fatto è che si può notare in questa specie di percezioni, ma non nelle basi, perché fa parte del processo di scrittura, quindi si tratta principalmente di percezioni. Qualcuno ha percezioni del tutto personali, è come se fosse un’impronta, per così dire, e lì puoi vedere davvero la differenza da batterista a batterista. Joey è un batterista fantastico, è molto giovane e altresì maturo nel suo modo di lavorare. È una delle persone più professionali con le quali abbia lavorato per quanto riguarda suonare la batteria e registrare. È molto bravo! Siamo davvero felici di averlo a bordo.

Di questo album, se non ricordo male, avete presentato ben quattro singoli: “One Second”, “Masters Of Destiny”, “Burning Bridges” e “Ghost House Heart”. Come mai avete scelto di offrire al pubblico ben quattro video promozionali?
CHARLOTTE –
Credo che l’intero background musicale, in generale, sia quello di avere almeno sette tracce in un disco, anche se non ha molto senso. Ricordo che con i dischi precedenti l’etichetta ci diceva spesso di non presentare troppo dell’album, altrimenti la gente non avrebbe più acquistato, anche se l’enfasi è più rivolta alle performance dal vivo. Ha senso, perché permette alle persone di ascoltare molto di più del disco ancor prima della pubblicazione.

Il singolo “Masters Of Destiny” sembra parlare della diatriba tra destino e libero arbitrio, dal testo sembra che voi stessi crediate molto in quest’ultimo. Potreste approfondire meglio la tematica?
CHARLOTTE –
È bilaterale. A dire il vero, la canzone spiega due lati della storia, o meglio, parla in ambedue i lati. Un lato parla di tutto ciò che viene deciso, dove non c’è niente che puoi fare, mentre l’altro si prepara a prendere il controllo e essere controllato da ciò che succede nel futuro. L’intero brano, a livello tematico, è basato su queste cose. .

“Masters Of Destiny” era stata precedentemente presentata nel vostro EP “Hunter’s Moon”. Se non sbaglio, in passato avevate detto di voler inserire anche qualcosa in più di quel lavoro. Come mai la scelta è ricaduta solamente su questo singolo? Ritengo che ‘Hunter’s Moon’ sia uno dei pezzi migliori del ciclo EP/Album.
MARTIJN –
Prima di tutto, ti ringrazio! È divertente, perché la gente ha confuso “Hunter’s Moon”, credendo che fosse il nostro nuovo disco! Hanno pensato che fosse l’album e ci hanno detto: “Beh, non è un po’ poco? Non c’è molto nell’album”, di conseguenza ci siamo detti: “Oh, è buffo! Abbiamo già presentato abbastanza nell’EP”, ehehe. A dire la verità, è una sorta di complimento, ma sì, all’epoca stavamo già componendo per il nuovo disco, avevamo molto materiale tratto dai nostri concerti in collaborazione con Marko (Hietala, ndr). Abbiamo realizzato un blu-ray e lì vi era già una parte dell’EP, avevamo materiale dal vivo che volevamo presentare nel disco ed era una buona opportunità per dare spazio anche agli altri componenti della band, i quali hanno contribuito a modo loro nei brani, poiché nell’EP è molto più facile fare qualcosa del genere. Si è trattato di un passo al di fuori della nostra zona confort, per così dire… Con “Masters Of Destiny” è stato chiaro sin dall’inizio che quella traccia sarebbe finita anche nel disco. È stato fatto in questo modo per permettere a Charlotte, Guus e il sottoscritto di lavorare. È per questa ragione che la traccia è presente nell’album, e a dire il vero abbiamo aggiunto anche veri cori, perché non erano presenti nell’EP. C’era un mastering diverso, quindi c’è qualcosa di diverso anche sul disco.

Charlotte, questa è una domanda dedicata esclusivamente a te: in molti si sono chiesti se fossi tu la responsabile delle parti cantate in growl in “Burning Bridges”. Puoi confermare o smentire questa cosa?
CHARLOTTE –
Sì, nell’album sono io a cantare in growl, mentre in sede live è Otto il responsabile dei grunts. Sull’album sì, sono io!

Parliamo di “Ghost House Heart”: come ben sapete, io adoro le ballad e, in effetti, è da parecchio tempo che non si sente una ballad in casa Delain. Credo che l’ultima, forse, fosse “See Me In Shadows”, che tra l’altro è un brano a cui sono molto legata. Cosa potete dirmi in merito? Anche il singolo, devo dire, mi ha lasciata basita!
MARTIJN –
È un bel complimento, perché hai ragione! A dire il vero, Charlotte mi ha ricordato questa cosa, perché io non me ne ero nemmeno reso conto, quindi è corretto! Io e Charlotte stavamo suonando ed improvvisando nel nostro studio di registrazione e siamo partiti da zero. Il cuore del primo verso di “Ghost House Heart” è arrivato immediatamente, si è trattata di una cosa spontanea. Il più delle volte abbiamo un’idea specifica e la elaboriamo, ci lavoriamo sopra e la lasciamo ‘crescere’, ma in questo caso siamo proprio partiti da zero solamente suonando ed improvvisando, il che rende la questione speciale! Abbiamo altre canzoni appartenenti al catalogo della band che potrebbe essere così, ma la maggior parte non lo è! Sì, la cosa mi piace molto.

Potremmo dire che i Delain stanno un po’ diventando i maestri del symphonic metal a pari merito con altre grosse band di nostra conoscenza! Al momento avete pochissimi live selezionati in tutta Europa. Avremo modo di rivedervi anche in Italia a breve?
MARTIJN –
A dire il vero, siamo piuttosto impegnati con questa questione e c’è una grossa possibilità di poter tornare in Italia quest’anno, ci stiamo ancora lavorando. Non è ancora confermato, ma puntiamo a questo.