AMORPHIS: Evoluzione progressiva

AMORPHIS – INTERVISTA ESCLUSIVA A TOMI KOIVUSAARI •

Halo”, nuovo album degli Amorphis, si prospetta essere una delle release più attese dell’intera stagione. A distanza di circa 4 anni dal precedente ‘Queen Of Time’ (la recensione), i maestri del metal finlandese tornano più in forma che mai e ci presentano un altro interessante tassello della loro immensa e variegata discografia. Che cosa riserveranno, quindi, gli Amorphis in questo quattordicesimo album? In parte ce lo svela ora il nostro interlocutore, Tomi Koivusaari, che così si racconta ai microfoni di Metaforce.it!

Ciao Tomi e benvenuto sulle pagine di Metalforce.it! È un piacere ospitarti per la nostra prima intervista insieme! Come stai? Come vanno le cose lì in Finlandia, visto il periodo storico che stiamo affrontando?
TOMI – Sto molto bene, oggi è una giornata piena di interviste. Qui in Finlandia è nuovamente tutto chiuso, come più o meno ovunque… Sembrava che le attività stessero per riaprire e che le cose stessero migliorando, ma i concerti, i pub e tutto quanto hanno riavuto un’altra chiusura. Credo che vedremo che cosa succederà nelle prossime tre settimane. Ci sono alti e bassi tutto il tempo, ma se tutto dovesse andare per il meglio, le cose dovrebbero tornare alla normalità durante la primavera, o almeno spero!

Oggi ci troviamo qui per parlare del nuovo disco degli Amorphis, oserei dire “il tanto atteso disco”, visto che saranno almeno un paio d’anni, dal 2020 circa, che la vostra fanbase è in trepida attesa di ascoltare nuovo materiale ed eccoci qui! “Halo” uscirà il prossimo 11 febbraio su Atomic Fire Records, una nuova etichetta indipendente fondata da alcuni ex collaboratori di Nuclear Blast. Come ci si sente a pubblicare questo nuovo disco con un’etichetta che, ovviamente, non è la vostra storica casa discografica?
TOMI – Beh, per noi è come se si trattasse della stessa etichetta, perché Markus Staiger, che era il proprietario di Nuclear Blast prima di fondare questa nuova compagnia, ha portato con sé persone che già lavoravano in Nuclear con lui. Questa è una nuova etichetta, ma ci sono le stesse persone con le quali abbiamo lavorato per anni e anni. Per noi è una famiglia, per cui è stata una cosa molto naturale per noi, è come se fossimo rimasti nella stessa etichetta!

Devo dire che la parola “Halo” quest’anno va per la maggiore: infatti, sembra che molte band siano parecchio ispirate da questa parola. Mi viene in mente, ad esempio, la nuova band di Mikael Stanne, The Halo Effect. C’è qualcosa che vi ha influenzati nella scelta di questo termine? Rappresenta qualcosa di specifico, magari una sorta di speranza che vuole, appunto, essere una luce radiante posta al di sopra o attorno ad una persona?
TOMI – Devo dire che all’inizio ci siamo chiesti: “Dovremmo controllare se c’è qualche band che pubblicherà qualche disco con il titolo ‘Halo’?”, perché avevamo le stesse sensazioni…. Alla fine abbiamo deciso per questo nome e la settimana seguente abbiamo scoperto questa nuova band, The Halo Effect e ci siamo detti: “Ah beh, ovviamente, sta succedendo”, ma è una cosa che succede da anni con molte band. Quando abbiamo iniziato a dare un’occhiata ai titoli dei brani e ai testi, pensando a cosa potesse rappresentare al meglio l’album, ci siamo ritrovati con questo titolo e in questa situazione, sapevamo che era un titolo che poteva funzionare. Avevamo un nome semplice, corto per il disco che, allo stesso tempo, aveva molteplici significati, è per questa ragione che ci è piaciuto così tanto, poiché pensiamo che nella nostra musica si possano percepire un sacco di cose in maniera differente. Ci sono molti elementi che puoi sentire tu stessa, questa è la mia risposta!

Già dallo scorso anno, avevate dato qualche breve anticipazione, quando avevate mostrato le sessioni in studio di Esa con Jens Bogren. Immagino, però, che “il divertimento sia durato poco”, dal momento in cui con la pandemia non è stato possibile continuare le registrazioni a causa delle varie restrizioni dovute alla pandemia globale. “Halo”, infatti, è il primo lavoro in studio realizzato in remoto. Come vi siete trovati a lavorare così senza effettivamente avere l’ausilio e la competenza di Jens Bogren “dal vivo”?
TOMI – Proprio perché avevamo già lavorato in precedenza con Jens, per noi non sarebbe stato poi così strano se questa fosse stata la prima volta in cui avremmo registrato un album diverso… Questo è il terzo album prodotto da Jens, per cui sapevamo che cosa aspettarci dalle registrazioni di chitarra o degli strumenti, non è stato così difficile, poiché sapevamo che cosa avremmo suonato. Jens è sempre stato lì a darci una mano, ci ha posto delle scelte e dopo aver fatto le registrazioni, gliele mandavamo, in modo che lui potesse fornirci i suoi commenti, dicendoci se gli sembravano buone o meno. Per me il processo è stato abbastanza normale, ma è una buona cosa che Esa e Tomi siano andati in Svezia e abbiano avuto l’opportunità di recarsi là, poiché credo che Jens abbiamo molto da dire in merito alle loro parti, le loro ritmiche. La cosa è andata molto bene e, allo stesso tempo, è stato più facile per me, poiché avevamo a disposizione questo studio che stavamo sfruttando ad Helsinki, il quale si trova a dieci minuti di camminata da casa mia, per cui non è stato così arduo andare là e avere più tempo a disposizione per riflettere. Ovviamente, quando ci siamo ritrovati a registrare la batteria, eravamo tutti in studio e suonavamo  contemporaneamente, per cui le cose sono state normali. Non è cambiato nulla rispetto a ciò che facevamo in passato quando si trattava di registrare normalmente un disco.

Io stessa, ascoltando “The Moon” e ancor prima di avere la copia digitale del disco da Atomic Fire, ho creduto che, in qualche modo, “Halo” fosse una sorta di seconda parte o continuazione di “Queen Of Time”, ma devo dire che non è così, poiché il disco stesso presenta diverse sfaccettature e, effettivamente, perlomeno parlo per me stessa, è difficile inquadrarlo in un determinato contesto musicale. Si potrebbe quindi affermare che “Halo”, in qualche modo, rappresenti in toto il nuovo sound degli Amorphis nel 2022?
TOMI – Sì, credo di sì, perché ogni volta che studiamo il lavoro da fare con i nuovi brani per un nuovo album, partiamo da una base pulita. Ovviamente sappiamo ciò che abbiamo fatto in passato, ma sarebbe molto diverse se iniziassimo pensando di dover comporre dei pezzi in questo o quel modo, perché in ‘Queen Of Time’ abbiamo dovuto continuare su quella strada… Credo che proseguire partendo dal disco precedente sia un processo naturale, ma cerchiamo sempre di iniziare da zero. Non pensiamo troppo a ciò che abbiamo fatto, cerchiamo invece di concentrarci sulle nuove canzoni, senza paragonarle alle precedenti. In un certo modo, credo che vi siano delle somiglianze con i nostri ultimi tre dischi, ma è perché principalmente abbiamo avuto lo stesso produttore, lo stesso ragazzo che ha curato le copertine e cose così. Credo che sia sicuramente un album targato Amorphis, non è un proseguo diretto, ma è certamente il nuovo sound della band nel 2022, come menzionavi tu.

Ricollegandomi a ciò che ti ho appena chiesto, potremmo dire che le canzoni sono effettivamente più lunghe e pesanti rispetto ai lavori che avete fatto in precedenza, anche se alcune canzoni hanno un po’ quel tocco prog che tanto ci piace, come in “On The Dark Waters” o “Windmane”. Ho anche notato una maggior presenza delle tastiere in “The Moon”, la titletrack e forse anche in “When The Gods Came”. Secondo me, forse, gioca un ruolo fondamentale anche la produzione e l’aiuto di Jens Bogren, sembra che il suo tocco magico abbia alzato l’asticella, perlomeno, sembra che lui abbia portato qualcosa di nuovo rispetto a “Under The Red Cloud” e “Queen Of Time”. Puoi confermare o smentire questa mia supposizione?
TOMI – Sì, credo che quando abbiamo iniziato le registrazioni con Jens in “Under The Red Cloud”, lui abbia portato quegli elementi che non avevamo mai utilizzato prima d’ora, come i cori e le orchestrazioni, mentre con ‘Queen Of Time’ ha risaltato maggiormente questi elementi e ora cerca di renderli ancora più forti mantenendo tutto sullo stesso livello: anziché abbassare questi elementi, li ha resi più pesanti e questo suono complessivamente è molto più pesante. Anche le canzoni sono un po’ più complesse rispetto alle precedenti, o almeno così credo, per cui Jens non ha avuto bisogno di altro.  Credo che sia stata un’ottima scelta avere questi elementi “band-oriented” e ci sono molte più cose che accadono tutto il tempo, dove potete trovare appunto i cori e tutte le cose orchestrali.

Questo è il primo disco che segna il ritorno del vostro storico bassista Olli-Pekka Laine, che ricordiamo uscì dalla band nei primi anni duemila. Cosa puoi dirci del suo rientro nella band e, ovviamente, del suo contributo su “Halo”?
TOMI – Beh, quando Niklas ha lasciato la band, Olli Pekka era l’unico a cui abbiamo effettivamente chiesto di rientrare, poiché non avevamo nessun session member da mettere alla prova, nessuno che potesse lavorare con noi e suonare per soldi. Quello che volevamo fare era avere un membro a tutti gli effetti e Olli Pekka è stato la scelta più naturale, poiché avevamo già suonato con lui e per tutto il tempo siamo rimasti ottimi amici, ci vedevamo ogni tanto. Eravamo molto contenti di riaverlo a bordo e già dalla prima prova insieme, è stato tutto così naturale, anche se è stato assente per 17 anni, è come se avesse suonato insieme a noi dal giorno prima. Il suo modo di suonare è piuttosto diverso da quello di Niklas, perché Niklas era molto più diretto, tecnico, mentre Olli è più musicale, segue più la corrente old school dei bassisti, più focalizzato sul suonare… Credo che lui abbia riportato questi elementi nei brani degli Amorphis, di conseguenza è una grossa “scintilla” nel nuovo sound dell’album, anche a causa del modo di suonare di Olli Pekka.

Correggimi se sbaglio, ma mi è parso di aver sentito qua e là la voce di Noa Gruman, vocalist degli Scardust. In effetti gli Amorphis non sono nuovi a collaborazioni femminili: basti pensare ad Aleah o Anneke Van Giersbergen. Che cosa puoi dirci in merito a questa nuova collaborazione?
TOMI-
Questa volta Noa Gruman è la responsabile dei cori, ha fatto un ottimo lavoro e Jens aveva già avuto modo di lavorare con la sua band, gli Scardust. Non avevamo molto da dire a riguardo, ma quando abbiamo sentito il risultato finale, era ottimo. Già ai tempi delle registrazioni di ‘Queen Of Time’, Jens ci aveva parlato di una cantante svedese, Petronella Nettermalm, che canta in un gruppo progressive rock che si chiama Paatos. Lui ci ha chiesto se volessimo che la ragazza facesse un duetto con Tomi (Joutsen) e ci siamo detti: “Okay, perché no?” e credo che il risultato sia molto bello. Penso che avere un brano del genere in un disco così lungo, della durata di circa 60  minuti, crei un ottimo contrasto, è sempre bello avere questo genere di contrasti con una voce femminile, credo che si adatti bene al contesto.

Se non erro, alcuni dei testi sono stati scritti da Pekka Kainulainen. Adesso magari la sparo grossa, ma c’è qualche riferimento al Kalevala anche in “Halo”?
TOMI- Beh, Pekka Kainulainen scrive i nostri brani da ormai 15 anni, è un po’ l’estraneo della band, non sotto il punto di vista della musica, bensì dei testi. Ha sempre scritto i nostri testi ed è patitissimo di tutte queste cose che ruotano intorno al Kalevala. Lui è un vero artista, dipinge, scrive libri, gli piacciono tutte le forme d’arte ed è molto appassionato del Kalevala. In un certo modo, ne è appassionato e porta la sua stessa esperienza, le sue storie personali raccontandole in modo simile a quello che viene raccontato nel Kalevala.

Il prossimo 28 gennaio pubblicherete anche un singolo 7”. Come mai questa scelta??
TOMI – Parli del sette pollici? Credo che sia una cosa interessante, tutte le band realizzano questo genere di cose e ora che i vinili stanno tornando di moda, ci è parsa un’idea carina. È una cosa buona e si tratta anche di un’edizione limitata, per cui è un articolo da collezione per i fan e per tutti coloro che collezionano vinili e via discorrendo… Pubblicheremo anche un video per questo brano, lo abbiamo girato nella foresta una settimana fa qui in Finlandia…

Prima ancora di condividere in rete con i vostri fan tutti i dettagli della nuova release, lo scorso anno avete pubblicato l’album live “Live At Helsinki Ice Hall”. Che genere di riscontri avete avuto dai fan? Avete ritenuto che, vista la condizione che stiamo vivendo, pubblicare un album live potesse essere la scelta più adeguata per mantenere alta l’attenzione?
TOMI – Beh, in occasione del ‘Queen Of Time Tour’, il nostro fonico ha registrato tutti gli show che abbiamo tenuto, con il solo scopo di analizzare e vedere che cosa avrebbe potuto migliorare. Se ricordo bene, non avevamo pianificato di avere questo genere di album, ma ci siamo poi resi conto che avevamo praticamente tutte le tracce in formato video e abbiamo pensato che potevamo quindi realizzarne un DVD, con le telecamere ecc… Era ciò che avevamo all’epoca, ma credo che sia stato ottimo pubblicare qualcosa di simile dopo un paio di anni dove non abbiamo pubblicato nulla, per cui si tratta pur sempre di un bel ricordo! Non si tratta di nient’altro, parliamo degli ultimi show che avevamo per quella leg, prima che esplodesse la pandemia, anche perché non avevamo alcun indizio di che cosa sarebbe successo più tardi…

Devo dire – e credo di averlo detto sia a Tomi che ad Esa in alcune precedenti mie interviste – che gli Amorphis, insieme ai Dark Tranquillity, siano uno di quei gruppi capaci di re-inventarsi senza clonare formule già testate e che risultano, in effetti, vincenti. Non vi siete mai “auto-copiati” in nessuna delle release che avete pubblicato nel corso di questi lunghi 30 anni. Secondo te, quale è il vostro segreto, se ovviamente ce ne è uno?
TOMI – Quando abbiamo iniziato il nostro percorso, stavamo registrando il nostro secondo album, “Tales From The Thousand Lakes”. Credo che già ai tempi avevamo quella sensazione che fosse una cosa normale trarre ispirazione da altri generi musicali e altre cose che non fossero correlate alla musica metal. Non volevamo rimanere ancorati a questa formula dove bisognava per forza pubblicare album su album allo stesso tempo, perché alla fine sarebbe stata una cosa piuttosto noiosa, sia per noi a livello personale che sotto il punto di vista musicale. Siamo arrivati a mantenere quella sensazione, non ci importava che genere musicale fosse o da chi avevamo tratto ispirazione, doveva suonare bene. Credo che la cosa fondamentale sia stata quella di mantenerci attivi, non ci poniamo mai troppi limiti in merito a quel che possiamo fare o cose del genere, abbiamo più libertà di fare qualcosa.

Al momento, come ben sappiamo, è difficile riuscire a fare delle previsioni, visto il momento storico che tutti quanti noi stiamo vivendo. Come promuoverete al meglio “Halo”? Stavate anche voi lavorando a qualche data che poi, purtroppo, è stata cancellata o rimandata o avete sospeso la questione in vista di tempi migliori?
TOMI – Beh, la nostra idea iniziale era di mantenere gli show già programmati per Aprile e Maggio, parlo delle date in America, Canada in concomitanza dell’uscita a febbraio del disco. Questi live non sono ancora stati cancellati e spero che non succeda, per cui non ho proprio idea di che cosa potrà succedere. So che ci sono in programma dei festival estivi in Europa e in Finlandia, anche se nessuno sa che cosa potrà succedere. Al momento non abbiamo ancora cancellato niente, per cui tengo le mie dita incrociate e scaccio via i pensieri scettici (ride, ndr). Non sai mai che cosa possa succedere, ma speriamo che il mondo possa un pochino tornare alla normalità quanto prima.